MUSEI CIVICI - QUALE FUTURO

MUSEI CIVICI - QUALE FUTURO

mercoledì 30 ottobre 2013

MUSEI CIVICI A MODENA

Musei civici a Modena

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Patrizia Curti
Italia Nostra - Sez. di Modena

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La sezione  di Italia Nostra  di Modena  aveva invitato a parlare le direttrici dei musei, ma impegni sopravvenuti hanno loro impedito di essere presenti.  Sarò quindi io, su designazione concordata tra loro e la curatrice del convegno, a riferire sulla situazione modenese.
I Musei Civici  di Modena parlano della cultura materiale e delle arti legate alla città e al territorio, ma raccontano anche la storia della museografia ottocentesca attraverso un esempio vivente  particolarmente significativo. Sono ubicati al secondo piano del Palazzo dei Musei edificato tra il 1764 e il 1771 per volere di Francesco III d’Este. Originariamente sede dell’Arsenale Ducale, fu poi trasformato, su progetto dell’architetto Pietro  Termanini,  in un primo tempo in Albergo dei Poveri, poi in Albergo delle Arti. Qui  sono riuniti tutti gli istituti culturali della città (in virtù di una lungimirante convenzione del 1880 tra Stato e Comune, approvata con legge del Parlamento) : l’Archivio Storico Comunale,la civica Biblioteca di Storia dell’Arte Luigi Poletti ,il Museo Lapidario Romano dei Musei Civici,la Biblioteca Estense ,la Galleria Estense e il  Lapidario Estense.
I musei civici, nati  nel 1871, appartengono a quelle istituzioni museali  pubbliche sorte negli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia  con l’intento di “ accogliere e conservare tutto quanto interessi l’intera popolazione”(Carlo Boni), pur essendo le prime raccolte costituite da reperti archeologici provenienti dallo scavo delle “terramare” di area padana.  A metà anni Settanta una sezione di etnografia extraeuropea venne a completare le raccolte preistoriche favorendo la comparazione tra i popoli primitivi attuali e quelli del passato, mentre già iniziava a definirsi il profilo delle raccolte più propriamente artistiche grazie alle donazioni dell’aristocrazia locale e a opere provenienti dal territorio. A Boni succede alla guida del museo l’archeologo Arsenio Crespellani, poi  Luigi Alberto Gandini(1900-1906),  che lo riordinò dando ad ogni sala una destinazione precisa e il carattere di “spazio arredato”, l’assetto espositivo che in larga misura conserva e che costituisce un nostro vanto. Con Matteo Campori(1913-1933) si concluse la fase di formazione storica del museo: erano entrate la collezione di armi Coccapani Imperiali, quella di tessili antichi del Gandini, quella di strumenti musicali del Valdrighi e lo stesso Campori aveva donato al Comune la prestigiosa quadreria e il palazzo di famiglia (poi distrutto 1944).
A inizio anni Sessanta il museo è stato diviso in due settori strettamente collegati:Museo Civico Archeologico Etnologico e di Storia e Arte Medievale e Moderna con due diverse direzioni scientifiche.Nella seconda metà del Novecento è avvenuto  un grande incremento delle raccolte che documentano gli sviluppi della cultura figurativa modenese tra Otto e Novecento in virtù di varie donazioni(basti fare  il nome di Graziosi le cui opere daranno origine alla  Gipsoteca sistemata a piano terra del Palazzo).
Nel 1990, dopo un periodo di chiusura, i modenesi hanno ritrovato il loro museo aggiornato nel percorso espositivo e rivisto nei criteri conservativi, ma conservato nella facies  ottocentesca,  rara e preziosa testimonianza museografica.  Gli osservatori critici più esigenti hanno lodato il risultato ottenuto dall’architetto Franca Stagi, figura di spicco in Italia Nostra, che ha curato il restauro operando in accordo  con le direzioni del museo. Non solo sono  stati confermati  lo storico insediamento e l’originario allestimento, ma sono stati  vitalizzati da un rigoroso restauro che non si esibisce, ma si intuisce molto  impegnativo.
Quando avvenne la riapertura si pensava che il processo di crescita e sviluppo sarebbe stato rapido. Il progetto infatti  da subito  prevedeva  l’espansione del museo ( che nel frattempo continuava a ricevere lasciti) e di tutti gli istituti culturali ospitati nel Palazzo nella parte retrostante del fabbricato occupata all’epoca  -destinazione incongrua-  dall’Ospedale Estense, per il quale era già previsto il trasferimento in un  nuovo polo  “fuori porta”, a Baggiovara. Dal punto di vista architettonico la parte occupata dai musei e quella che ospitava l’ospedale  costituiscono un unicum, quindi era stata preventivata  l’acquisizione per i musei civici dell’intero secondo piano dell’immobile ospedaliaro  e la creazione di un percorso ad anello articolato in una superficie di quasi 3000mq. Il progetto di espansione  è stato improvvisamente sospeso  nel momento in cui è stata offerta  l’ospitalità  a due istituti del Palazzo (Biblioteca Estense e Biblioteca Poletti ) dalla locale  fondazione bancaria nell’edificio di fronte, di sua proprietà, il settecentesco Ospedale Sant’Agostino dove ora sorgerà un grande polo culturale incentrato sulla piazza.Per i musei civici quindi  è intervenuto  un ripensamento complessivo che ha tra l’altro comportato il “non riallestimento” del  Museo del Risorgimento.
Dal 2007 è stato tuttavia  intrapreso un progetto definito” a breve termine” con il completamento della collezione Gandini (prima esposta solo in parte) , la revisione del percorso archeologico  con l’esposizione  dei rinvenimenti degli ultimi anni, il rinnovamento del punto di accoglienza, la realizzazione di nuove guide e audioguide.
Il progetto a breve termine ha compreso poi le prime concrete acquisizioni di nuovi spazi nell’ala nel frattempo lasciata libera dall’Ospedale Estense inaugurando nel 2009 una sala,contigua a quella destinata alla collezione Matteo Campori, la sala dedicata al collezionista Carlo Sernicoli, commercialista modenese che ha donato nel 2007 la sua raccolta di dipinti e di argenti, un atto di fiducia che rafforza nei musei civici la consapevolezza di avere saputo  mantenere nel tempo uno stretto rapporto con la città e i suoi abitanti.
Nel 2011 è stata poi acquisita la sala contigua per piccole mostre temporanee che prima si svolgevano nelle sale espositive creando sovrapposizioni con l’allestimento permanente (Modena utilizza  il  Foro Boario per grandi mostre, che però dovrebbe essere riservato all’espansione della Facoltà di Economia  dall’Università).  Di recente, nel 2013, un’altra sala, prima destinata a uffici e ambulatori dell’ospedale, è stata inglobata e destinata a incontri e laboratori.Non è stato necessario modificare nè la struttura nè i volumi dell’antico complesso:sono state mantenute la conformazione originaria e l’unitarietà storica dei grandi ambienti del palazzo demolendo solo alcuni tramezzi degli anni Settanta. Pareti mobili consentiranno di dividere la sala a seconda delle esigenze e degli eventi mentre illuminazione con luci led  serviranno a risparmiare energia e a  tutelare le opere. Per le nuove sale incamerate, non essendoci risorse per pagare  personale  per  la   custodia e l’assistenza , è stata fatta una convenzione con i volontari del Touring, soluzione che consente l’apertura e che contemporaneamente fa riflettere con amarezza sul fatto che i benemeriti e indispensabili  volontari del Touring occupino posti a cui  tantissimi giovani anelerebbero, avendone le carte in regola . Che dire?
Quanto all’attività dei musei rivolta al pubblico  il  programma, molto  bello, è attuato, come sappiamo,  con disponibilità economiche limitate grazie alla passione, alla competenza, alla fantasia delle direttrici e dell’eccellente gruppo di collaboratori: approfondimenti collegati al patrimonio del museo, piccole mostre (intelligenti e “pensate”), moltissimi  incontri per far conoscere il museo a un pubblico sempre più vasto e assai diversificato.  Non solo la conferenza tradizionale, ma anche “ parole,immagini,musica”, incontri interculturali multietnici (il patrimonio serve a costruire la cittadinanza), incontri tra arte e musica con i giovani, progetti europei legati alle scuole, sottoscrizioni pubbliche per nuove acquisizioni, oltre a una eccellente didattica.
Le iniziative  rivolte alla città; sempre seguite da un folto pubblico, fanno conoscere ciò che all’interno dei musei si conserva, si studia, si restaura e si valorizza. Infatti, nonostante le risorse limitatissime, si continua a studiare il patrimonio(nuovi cataloghi) e a tutelare (restauri realizzati grazie a sponsors privati ), ma  senza la possibilità di  prospettive  di programmazione di lungo periodo. Dai progetti europei in corso emerge che gli altri paesi non hanno vincoli così forti, procedure  altrettanto complicate, lacci e lacciuoli e burocrazia altrettanto complessa.
In conclusione nell’ apprezzare le attività e le  iniziative dei musei civici modenesi, la loro presenza”forte”nella vita culturale della città, che ne caratterizza la storia fin dalle origini nel  rapporto di immedesimazione con il Comune,  non si può non dolersi del fatto che non possa esserci una strategia di ampio respiro e che competenza e dedizione degli operatori e  generosità di sponsors privati siano oggi gli elementi fondanti. Alla luce di tutto ciò porrei un interrogativio per il dibattito, anche in relazione agli interventi della mattinata:come potere quanto meno  andare verso una semplificazione dei procedimenti formali in tema di gestione dei musei?  Istituzioni peraltro storicamente integrate nel corpo dell’amministrazione comunale e ad esso strettamente legati in un rapporto di immedesimazione che siamo convinti non  debba venir meno.


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MUSEI CIVICI DI REGGIO-EMILIA

Il riallestimento dei musei civici di
Reggio-Emilia
Uno sguardo critico

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Claudio Franzoni
Italia Nostra - Sez. di Reggio-Emilia

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       «Possiamo essere certi che le folle accorreranno per vedere l’originale metodo di esposizione strombazzato dalla stampa e discusso ai cocktail, ma questa effimera meraviglia servirà davvero ad avvicinare l’osservatore alla meraviglia molto più durevole dell’arte?». È la domanda che si poneva Ernst Gombrich in un articolo ormai di molti anni fa dal titolo «È giusto che i musei siano attivi?» (1968) (n.1). Ed è in definitiva una delle domande che ci si è posti anche a Reggio Emilia in un dibattito che si è sviluppato nel corso del 2012, ed è ancora in corso, sul progetto di riallestimento dei locali musei civici firmato dallo studio Italo Rota. Di fatto il dibattito è stato aperto da un articolo apparso proprio su questa rivista («Taccuini d’arte», 5) di Elisabetta Farioli, a cui va dato atto di aver presentato per la prima volta con una certa ampiezza il progetto stesso, fino a quel momento mai così puntualmente descritto.

Pubblico
Si parla dunque – e da decenni, come sta a dimostrare l’articolo di Gombrich – di un problema che ha al centro due protagonisti, il museo e il pubblico; l’uno per definizione conservativo, l’altro in continua evoluzione nelle proprie fisionomie culturali, di gusti e di comportamenti. L’argomento della discussione, poi, è tanto più articolato, in quanto il piano culturale va intrecciandosi continuamente con quello politico: il museo è una delle istituzioni cardine di una città, tanto più in una città come Reggio, che già alla fine del Quattrocento si poneva il problema della conservazione delle proprie antichità (n.2). Ma limitiamoci al solo profilo culturale: perché il progetto Rota è parso discutibile e inopportuno anche da questo punto di vista?
Proviamo allora a percorrere idealmente il museo di Reggio una volta che venisse realizzato questo progetto. Davanti all’entrata troviamo dodici pilastri a ombrello di acciao inox alti tra 8 e 10 metri, «alte strutture di acciaio specchiante che riflettono immagini tratte dai materiali dei musei»; le pareti del diedro di ingresso, invece, sarebbero «rivestite da fioriti ‘giardini verticali’». Nell’uno come nell’altro caso il problema non è tanto di ordine estetico, quanto di opportunità e di utilità; per quanto riguarda la parete fiorita, una rapida consultazione con esperti del verde basta a dimostrare che si tratta di una soluzione la cui praticabilità e resa a lungo termine sono tutt’altro che scontate. In questo caso – e ancora di più in quello dei «funghi» – il problema non è se siano interventi belli o brutti, ma se siano ciò che serve ai musei civici. Si cerca di giustificare «funghi» e pareti verdi come elementi di richiamo, come mezzo di raccordo tra la piazza e l’edificio dei musei. C’è, dietro a questa ipotesi, quel punto di vista che, alla fine, guida tutta l’operazione del progetto Rota: che occorra cioè stimolare l’attenzione verso il museo, che questi elementi esterni servano insomma come punti esclamativi in grado di attirare visitatori.
Ecco che si ripresenta la questione del pubblico. Si dice che il museo deve essere «per tutti» e non solo «per gli intellettuali», gli specialisti. A dir la verità, le cifre sui visitatori annuali non sono così scoraggianti, se si afferma che il museo è «amato dalla città (31.000 le presenze del 2010)» e «frequentato dalle scuole (attraverso attività didattiche che ricostruiscono percorsi di senso tra le sue collezioni, 22.500 i fruitori nel 2010)» (n.3). Ma ammettiamo che per un museo come quello di Reggio Emilia non sia abbastanza e che si debba intercettare una fetta di pubblico più ampia. Come si entra in rapporto, ad esempio, con chi frequenta l’Università, con chi si è trasferito nella nostra città da altre zone del Paese, con la consistente componente degli immigrati e dei loro figli, con i turisti che passano per la nostra regione in treno o in autostrada? Basta questa breve immagine del possibile pubblico per capire che se una risposta ci deve essere, questa deve essere, come minimo, articolata su livelli differenti e per nulla univoca. In altre parole, può avere anche un senso un elemento architettonico come strumento di richiamo, ma è chiaro che non sarà questo a fondare un rapporto diverso tra museo e pubblico: sono i musei attivi – per usare le parole di Gombrich – la vera soluzione per raggiungere un obiettivo come questo. E attivi non nel proporre iniziative che poco o nulla hanno a che fare con il contenuto dei musei stessi, ma nel continuo concentrare l’interesse verso oggetti e opere al suo interno. A meno che non si pensi che in musei come quello di Reggio non c’è nulla di interessante per il pubblico odierno.
Detto questo, qualcosa bisognerà pur dire della parete verde e dei «funghi» sotto il profilo estetico: tanto nei materiali, quanto nella forma non hanno nulla a che fare con il resto della piazza, già per proprio conto tutt’altro che omogenea; un ulteriore elemento di discontinuità si andrebbe aggiungere all’insieme, funzionando dunque più come cesura che come raccordo. Davanti a obiezioni come queste (e a quelle che riguardano altre soluzioni dell’interno) si chiama in causa l’arte di oggi e si rivendica l’«opzione della contemporaneità», implicitamente tentando di spingere chi si oppone nell’angolo dei passatisti e dei nostalgici; ma il «contemporaneo» non è uno scudo protettivo grazie al quale qualsiasi cosa passi sotto questo segno deve andar bene, come se potesse saltare a pié pari l’ostacolo del giudizio.
Proseguiamo la nostra ipotetica visita nel museo rinnovato secondo il progetto Rota. Dal cosiddetto «diedro» si entra in un ambiente di non grandi dimensioni caratterizzato dalla presenza di un grande acquario. In tutti i musei moderni, come si è fatto più volte osservare nel corso del dibattito, gli spazi di accoglienza sono il più possibile ariosi e ampi. Qui accade esattamente il contrario, come dimostrano le tavole del progetto definitivo (n.4); si tratta in questo caso – come in altri su cui non c’è modo di soffermarsi in questa sede – di un’obiezione relativa alla funzionalità del museo. Si tratta di un aspetto secondario, di qualcosa che non c’entra col piano culturale? Come è invece chiaro, la coerenza e la funzionalità dei percorsi sono aspetti essenziali dell’efficacia comunicativa e, perché no?, della godibilità di un museo.
Ma soprattutto perché un acquario qui? Perché «lacustre»?(n.5) Quanto al contenuto non importa più di tanto: saranno ospitati «pesci di speci comuni e non esotiche», mentre «nello spazio interno vuoto [dell’acquario] sono da predisporre delle strutture per la messa in scena di oggetti, reperti e animali, uccelli imbalsamati» (n.6). Come si vede, non c’è alcun intento didattico. E allora che cosa si vuol fare con questo acquario? Si vuole «evocare il tema dell’acqua come principio della vita» (n.7). Ma qual è il compito di un museo moderno, «evocare» oppure presentare oggetti spiegandone ragioni e senso? È addirittura scontato che si possa e si debba  parlare dell’acqua in un museo che è anche un museo di scienze naturali, ma lo si deve fare attraverso «evocazioni» oppure attraverso spiegazioni ragionate (e con oggetti delle collezioni)? E poi il tema del «principio della vita» come si lega a quelli trattati nel resto delle collezioni, se non in un senso estremamente generico e ovvio?
Lo stesso modo di procedere si ritrova nell’ambiente successivo, il cosiddetto Asfalt: pareti e volte sono «rivestite con resinatura a tinta e matericità simil asfalto», mentre alle pareti ci sono «pannelli oscuranti»; a loro volte pavimenti e rampe sono «rivestiti in asfalto» (n.8). È qui che trova spazio, illuminata da led di colore rosso (n.9), la balenottera che Rota considera il «feticcio» per eccellenza del museo reggiano: dalla sostanza usata per imbalsamarla, l’architetto ha tratto l’idea della sala e del suo colore, valorizzato dall’artificio della penombra e delle luci. Un rendering mostra l’atmosfera complessiva dell’ambiente con la vetrina che dovrebbe ospitare, tra un gas che ora copre, ora rivela, una copia della Venere di Chiozza e alcuni uomini in giacca e cravatta, ma con la testa di pecora (Dolly).

Comunicazione
Soluzioni come queste, nel corso del dibattito reggiano (e non solo, come vedremo), sono state liquidate come stramberie o peggio (n.10). Quello che ho cercato di spiegare altrove (n.11) e che tento di ribadire anche in questa sede, è che, a parte l’ovvio rispetto per le idee altrui, lo sforzo da compiere è quello di inserire interventi come quello dell’acquario e, in generale, l’intero profilo del progetto di riallestimento entro un preciso sistema di pensiero.
 Sono le stesse parole di Elisabetta Farioli che ci indirizzano: quello che sta iniziando è «una sorta di percorso iniziatico tra elementi naturali e artistici con riferimento ai temi primigeni della maternità, alla nascita della storia e della scrittura, alla dimensione del tempo e della memoria di una città» (n.12). Quello che serve a un museo «per tutti e non solo per gli studiosi» – come si è dichiarato più volte – è proprio un «percorso iniziatico»? Se le parole non sono usate a caso – e non lo sono – «iniziatico» significa «esoterico», «criptico», «oscuro», «misterioso».
Proviamo a metterci nei panni, non di un generico pubblico, ma di visitatori ben precisi e possibili: un ragazzo che frequenta le superiori, un padre di 35 anni col figlio di otto, una studentessa universitaria nata in Nordafrica, un pensionato con l’amico coetaneo, un ingegnere di una città vicina che con la moglie si ferma a Reggio, un turista straniero e la famiglia diretti alla riviera romagnola (eccetera). Che cosa hanno ricevuto – fino a questo momento – dalla visita del museo «riqualificato»? Una serie di informazioni precise sulla città e sul sul territorio, sulla sua gente e sulla sua storia? O piuttosto suggestioni, allusioni ed evocazioni? Gli androidi con teste di pecora rimanderanno anche alle collezioni scientifiche e a quella Spallanzani in particolare, ma siamo certi che questo è il rimando che coglieranno quei visitatori? La pecora Dolly innestata su corpi umani propone certamente il tema del rapporto uomo-natura e di come questa possa essere plasmata e modificata da noi; non c’è dubbio che si tratti di temi importanti, ma il compito del museo è proporli in una chiave così criptica e – cosa ancora più importante – non approfondirli per niente? L’architetto l’ha dichiarato più volte: «È un museo che è un viaggio da cui uscire con delle questioni, anche con niente, forse solo emozioni»; il suo, afferma, è un museo che «pone delle domande», non offre delle risposte. È singolare: in entrata si offrono allo spettatore addirittura «temi primigeni», in uscita «forse solo emozioni». Questa, dunque, è la missione di un museo «per tutti e non solo per gli studiosi»?
Occorre chiedersi che cosa ci sia dietro questo desiderio di sollevare grandi temi. Lasciamo parlare la relazione dello stesso studio Rota (2011): «L’approccio allestitivo che si introduce in questo progetto ha molteplici forme all’interno di un medesimo principio: comunicazione, allestimento, opere ed oggetti esposti parlano il linguaggio comune della comunicazione» (n.13). Che cosa si intenda per «linguaggio comune della comunicazione» non è difficile capirlo quando si guardi la concretezza delle scelte allestitive e se ne leggano le ragioni addotte: il museo viene infatti visto come «display narrativo della mutazione in atto. Organismo complesso pluricellulare dove trovano rappresentazione gli sforzi, le tensioni, i sentimenti, le ambizioni di una comunità in divenire. Vero e proprio raffinato congegno generatore di sorprese, d’incantesimi di sogni, straordinario, spettacolare, sensuale» (n.14).
Il «linguaggio comune della comunicazione» è insomma quello della comunicazione pubblicitaria, del marketing, della televisione commerciale. Questo è forse il punto centrale della discussione. Dopo aver fortemente condizionato e alterato il linguaggio della vita politica, è chiaro che questi modelli comunicativi pretendono di essere la forma giusta anche per altri spazi culturali, di essere cioè la «comunicazione» tout court. Nessuno ha di che ridire se tutte le strategie possibili vengono usate per lanciare un prodotto sul mercato, ma proprio non è detto che queste siano le forme giuste per riallestire un museo.
Perché la discussione sulla sorte dei musei reggiani, che all’inizio sembrava destinata a un perimetro strettamente locale, a un certo punto ha avuto risonanza nazionale (n.15)? Perché si è capito che quello che stava accadendo nella città emiliana, poteva ripetersi – magari in altre forme – nell’intero paese: il museo pensato come un serial televisivo (n.16) e, per usare le medesime parole dell’architetto, «raffinato congegno generatore di sorprese, d’incantesimi, di sogni, straordinario, spettacolare, sensuale». Insomma un luogo sostanzialmente estraneo all’idea di museo pubblico quale si è affermata, nel nostro paese e in Europa, negli ultimi decenni.
Hanno particolarmente colpito gli osservatori esterni le ipotesi riguardanti le collezioni storiche dei musei civici reggiani. Si tratta di un aspetto che ancora preoccupa, nonostante i tentativi di minimizzare, da una parte facendo notare che si tratta di interventi comunque rimandati al futuro, dall’altra dichiarando che, in ogni caso, «le collezioni non verranno toccate». Quello che è certo è che sia le affermazioni fatte, sia i rendering dello studio Rota su questo punto sono tutt’altro che ambigui; ecco il passo relativo della relazione dell’architetto (marzo 2011):
«Le collezioni storiche verranno mantenute per il loro alto valore simbolico e per l’importanza dei contenuti. Vengono inoltre alleggerite di quegli apparati comunicativi che nel tempo si sono sedimentati a favore di una comunicazione più contemporanea che dialoga con le opere esposte: le luci arrivano dai tubi catodici degli schermi, le scritte, i titoli sono parte del sistema decorativo: tende tappeti sono gli stessi oggetti che contengono la storia delle collezioni».
Quanto non è precisato qui, è chiarito dai rendering, in cui si capisce bene, ad esempio, che sono stati previsti schermi televisivi in mezzo agli armadi ottocenteschi della collezione Chierici, un altro schermo dentro il portale cinquecentesco del Portico dei Marmi e, soprattutto, il tappeto con una grafica da cartoni animati sul pavimento sotto gli armadi della collezione di Lazzaro Spallanzani. Qualcuno è arrivato a dire che, in fin dei conti, quel pavimento è solo di piastrelle degli anni Cinquanta, dimostrando di non aver affatto compreso la ragione delle obiezioni. Si può esercitare violenza su un’opera del passato – tale infatti è anche una collezione – anche quando materialmente non si intervenga su di essa. Una villetta di oggi, per quanto ben costruita, che sorga accanto a un tempio greco è una violenza nei confronti di quell’edificio antico; questo, almeno, è quello che avevano tentato di insegnarci personaggi come Argan, Bianchi Bandinelli, Brandi o Cederna, per fare solo alcuni nomi. È a dir poco singolare che «tende e tappeti» possano ospitare «la storia delle collezioni» (ma che cosa si intende esattamente?) (17), ma lo è ancor di più il tentativo di far passare un’operazione del genere come una forma di «dialogo» col passato. Qualunque sia la sorte di queste ipotesi e di questi rendering, una cosa è sicura: essi sono rivelatori del tipo di approccio al problema dei musei reggiani.

Metodo
Ma dato che la tesi che ha alimentato il dibattito e che qui si sostiene – che cioè il progetto in questione proponga un’idea di museo-pop – è impegnativa, occorre supportarla con altre analisi ancora. Parliamo allora di due mostre organizzate a margine e in preparazione del museo «riqualificato».
La prima (maggio 2010), negli spazi del palazzo di San Francesco, ricavava il titolo da una canzone dei Joy Division: L’amore ci dividerà, Love will tear us apart. Prove generali di un Museo (2010). Si trattava di una serie di installazioni, che adattavano materiali dei musei reggiani, in parte esposti, in parte no; installazioni a volte simpatiche, a volte banali, qualche volta brillanti; spesso fintamente provocatorie, con quel linguaggio di tendenza che può dare a una cultura piccolo-borghese la convinzione di essere all’avanguardia. Ma ciò che colpiva era l’enorme distanza tra l’episodicità un po’ criptica delle installazioni e i titoli ambiziosi del pannello introduttivo: «Un viaggio nell’identità»; oppure «Cosa vogliamo valorizzare a Reggio Emilia dell’arte, della scienza, dei costumi, della letteratura per il nostro futuro?». Ora, a distanza di due anni da quella mostra, che cosa è rimasto? Davvero allora si fece un viaggio nell’identità della città o non si realizzò altro che «un evento»? È significativo che ne rimanga oggi solo il trailer, rintracciabile sul Web.
Quella mostra doveva servire a mostrare un possibile percorso di lavoro nei musei reggiani, quello appunto concretizzatosi nel progetto di cui stiamo discutendo. Più recentemente (23 giugno 2012) l’architetto Rota ha presentato pubblicamente il suo progetto; per meglio dire, non ha descritto il progetto realizzato, ma ha parlato del concept ideato per i musei reggiani e già approvato a suo tempo (2007). C’è differenza? Una cosa è l’aspetto museologico, un altro quello museografico; l’uno è la premessa dell’altro e ai presenti era giusto illustrare entrambi, spiegare le premesse teoriche e poi descriverne partitamente le conseguenze.
In ogni caso, l’architetto si è soffermato a lungo su quello che ha più volte definito il «suo metodo»; in sostanza, l’idea è che le serie cronologiche di oggetti possano e debbano essere ridiscusse, consentendo accostamenti inattesi e inattese rivelazioni. Questo approccio ha precedenti illustri, innanzi tutto nel pensiero surrealista; senonché là lo smontaggio e il rimontaggio di oggetti e forme aveva l’obiettivo di certificare il caos della realtà e decretare l’impossibilità di rappresentarla in un ordine sensato. Qui, invece, si ha l’impressione che, nell’assenza di una proposta teorica altrettanto impegnativa, scombinare le serie cronologiche e tipologiche si risolva in un semplice gioco di suggestioni, un montaggio per accostamenti sgargianti, quanto essenzialmente decorativi. D’altra parte, l’esplicito rimando che Rota, durante la presentazione del giugno scorso, ha fatto a Warburg (più esattamente alla lettura dell’atlante Mnemosyne come esempio di un montaggio discontinuo e anacronistico di immagini) è la conferma che si vanno cercando padri nobili per un’operazione di segno profondamente differente. Detto altrimenti: Warburg percorre una linea del tutto estranea a questa, i cui caratteri estetizzanti sono più che evidenti (18).
Che cosa accade se questa prospettiva viene applicata non a un’esposizione temporanea – dove magari può dare risultati convincenti –, ma a un allestimento museale che deve durare, se non decenni, almeno qualche anno? Si risponde allora che il museo non deve essere una realtà statica, ma in continuo movimento. Si intravvede così un museo in perenne divenire, con una sola cosa ben ferma: l’architetto creatore del «metodo», sempre a disposizione per nuovi allestimenti e risistemazioni dei materiali delle collezioni, addirittura «formatore» del personale interno, come ha affermato egli stesso.
Ma, alla fine, la vera domanda è questa: in nome di che cosa avviene questa frattura di un continuum storico e delle tassonomie consolidate (rilevante anche se fosse realizzato in spazi nuovi, lasciando da parte le collezioni storiche del museo)? Questa domanda, impropria se rivolta a un collezionista privato, che costruisce la propria raccolta secondo criteri per definizione personali e idiosincratici, diventa obbligatoria nel caso di una raccolta civica: in nome di quali valori (condivisibili dalla cittadinanza) e verso quali obiettivi (da condividere con i cittadini)?

Oggetti e parole
La recentissima mostra «Gli oggetti ci parlano» (Chiostri di San Pietro, maggio-giugno 2012) è un’altra occasione per verificare le osservazioni fatte finora. L’iniziativa consisteva nell’invitare i cittadini a portare oggetti degli anni Sessanta e Settanta per iniziare l’allestimento delle period-room del futuro museo. Bisogna dire subito che si è trattato di un’idea del tutto brillante, oltre che riuscita (n.19); il coinvolgimento dei cittadini è stato reale ed è senz’altro servito ai partecipanti come mezzo per riflettere sulle cose che si possedevano e che hanno caratterizzato la vita quotidiana dei decenni scorsi.
Detto questo, la mostra ha di nuovo consentito di osservare da vicino il funzionamento del «linguaggio comune della comunicazione». Già dai manifesti e dai pieghevoli, e poi nella esibizione stessa, venivano evidenziate le quattro sezioni principali in forma di domande sospese: «Come  mangeremo, come vestiremo, come parteciperemo, come condivideremo». Ancora una volta verbi declinati al futuro. Naturalmente non è per caso. L’osservazione più semplice è anche la più importante: nessuno, davanti agli oggetti degli anni ’60-’70 portati dai cittadini reggiani e allestiti ai Chiostri di San Pietro, sa qualcosa in più su «come mangeremo» nei prossimi anni o «come vestiremo»; neppure – aspetto non meno importante – abbiamo imparato qualcosa su come parteciperemo alla vita delle nostre comunità. Ma allora perché  prospettare queste (fittizie) visioni future?
Come scriveva Pierre Nora, «il sistema informativo dei media (…) ci bombarda con un sapere interrogativo, privato del suo nucleo, privo di senso, che si aspetta che gli conferiamo il suo senso, ci frustra e insieme ci riempie della sua evidenza ingombrante: se non intervenisse una riflessione storica, non sarebbe, al limite, che un rumore che disturberebbe l'intelligibilità del proprio discorso» (n.20). Un «sapere interrogativo», sempre in attesa che gli venga attribuito un senso: «come mangeremo» non lo sa nessuno, intanto poniamo la domanda.
Pier Paolo Pasolini, in un articolo dedicato alla campagna pubblicitaria dei jeans Jesus (1974), aveva avanzato l’ipotesi che in futuro gli slogan usati per vendere i prodotti avrebbero potuto assumere caratteri schiettamente espressivi e, come tali, solo apparentemente antagonisti rispetto alla lingua della comunicazione tecnica e industriale. La possibilità di un’interpretazione infinita (per usare ancora un’espressione di Pasolini) di frasi dell’advertising, nei decenni più vicini a noi, si è rafforzata quando essi hanno cominciato a prendere un tono filosofico con rimandi alla dimensione esistenziale; si è anche iniziato a citare direttamente dei classici, magari in forma aforistica. È evidente che le campagne pubblicitarie impostate in questo modo non intendono prospettare tanto il futuro del prodotto in questione, ma cercano di costruire una cornice di rimandi e di significati più ampia, che ricomprenda con un effetto positivo e nobilitante il prodotto stesso. Un meccanismo comunicativo tutto meno che banale, che sposta l’attenzione su un altro piano per poi farla ritornare al marchio in questione. C’è qualcosa di scandaloso? Nulla. Ma non sarà neppure scandaloso individuare parentele linguistiche e avanzare il dubbio che il linguaggio della comunicazione pubblicitaria, per quanto scaltrita e di tendenza, sia quello adatto a un museo.
Ancora una volta: può forse andar bene che un’esposizione temporanea derivi i propri meccanismi da quelli della comunicazione pubblicitaria, ma un museo? Perché va detto che una cosa è stata la campagna di coinvolgimento delle persone e dei loro oggetti, un’altra l’effetto complessivo dell’installazione. La prima non è certo una «premessa a una rivoluzione museale» (n.21) (dato che trova già precedenti europei) (n.22), ma è stata un modo vivace per far partecipare i cittadini. Tutt’altro, invece, è stato il risultato degli allestimenti, come è già stato osservato (n.23): nei musei europei in cui si è scelto di tornare alla formula della period-room (tipica della museografia anglosassone degli inizi del Novecento), gli allestimenti sono del tutto differenti da quelli che abbiamo visto ai Chiostri di San Pietro. Il museo non si crea in automatico, né grazie al contributo diretto dei cittadini, né grazie all’intervento di un bravo architetto-allestitore. Nelle period room, come in tutti gli altri ambiti museali, il risultato sarà buono solo quando sarà preceduto da un lavoro e da uno studio lungo e accurato.
Del resto, è poi vero che «gli oggetti ci parlano»? Si tratta in realtà di un’efficacissima metafora che finisce per trasformarsi in una sorta di trappola del linguaggio: come è ovvio, gli oggetti non parlano (da soli), e la crisi attuale dei musei ne è una prova diretta; al contrario – se ci si permette l’espressione – gli oggetti sono parlati. Quelli che entrano nei musei vivono solo attraverso i discorsi incrociati degli studiosi, dello staff del museo, dei visitatori; nelle parole pronunciate dalle guide, in quelle leggibili sulle didascalie e negli altri apparati didattici.
Prendiamo un vero «evento»: la recente scoperta di un recipiente d’oro dell’età del bronzo in provincia di Reggio Emilia. Persino lo splendore del materiale non basterà a far parlare l’oggetto, che anzi se ne resterà silenzioso nel suo eccezionale isolamento, fino a che non lo si voglia inserire in un contesto narrativo che lo colleghi ad altri oggetti (una serie storica) e lo spieghi «a tutti e non solo agli studiosi». Sarà possibile farlo, senza con questo cadere in una presentazione sciatta, ma anzi valorizzando gli stessi valori estetici (e di richiamo) dell’oggetto?

Prospettive
In questa analisi del progetto Rota non si è fatto ricorso – deliberatamente – a termini come bello o brutto, piace o non piace. Si è osservato invece come questo progetto da un lato sia estraneo alla storia dei musei civici reggiani, dall'altro sia incompatibile con il profilo di una buona museologia. In sostanza non è ciò che serve in questo momento. Quali sono le cose necessarie? Prima di tutto la messa a norma degli ambienti anche sul versante dell'accessibilità ai disabili e il recupero funzionale degli spazi già interessati dal progetto Mari-Rudi (in questa direzione sembrano avviarsi i lavori appena approvati dal consiglio comunale); la valorizzazione dell'edificio storico, uno dei più importanti spazi conventuali della città e il recupero del chiostro come luogo partecipato di passaggio ed esposizione dei materiali archeologici; lo studio di nuovi percorsi specie per la parte archeologica relativa al territorio e alla città d’età romana.
Infine le due collezioni storiche Spallanzani e Chierici; se non si vuole che la definizione di «museo nel museo» rimanga solo un artificio retorico, occorre valorizzarle adeguatamente, come la rarissima opportunità di entrare oggi nel laboratorio di due grandi scienziati del passato: restaurare le vetrine del museo Chierici recuperando le originarie forme di allestimento interno, cambiando e adeguando il sistema di illuminazione interno; infine, allestire tecnologie multimediali per spiegare le collezioni a un pubblico necessariamente diversissimo da quello per il quale erano nate (n.24).
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note:
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[1]Questo articolo è già comparso in «Taccuini d’arte. Rivista di storia e arte del territorio di Modena e Reggio», 6, 2012, pp. 106-112.
[1] Ora in Riflessioni sulla storia dell’arte, Torino 1991, pp. 256 e sgg.
[1] C. Franzoni, A. Sarchi, Entre peinture, archéologie et muséographie: l’Antiquarium de Michele Fabrizio Ferrarini, in “Revue de l’art”, 125, 1999/3, pp. 20-31.
[1] E. Farioli, Il «nuovo» Museo di Palazzo San Francesco, in «Taccuini d’arte», 5, 2011, pp. 89 e sgg.
[1] Lavori di restauro e adeguamento funzionale di Palazzo San Francesco, sede dei Musei Civici Risorgimentali a Reggio Emilia. 1° stralcio. Tav. AL. 14, Acquario. Marzo 2011.
[1] Come mi fa notare Paolo Bedogni, sul lato sud-est del giardino dei musei, restano tracce consistenti di uno degli antichi canali che attraversavano la città dall’età medioevale in poi: non era qui, piuttosto, o quantomeno in rapporto a questo spazio non valorizzato del complesso di San Francesco, che era opportuno sviluppare il tema dell’acqua e del suo uso storico?
[1] Studio Italo Rota&partners, Relazione capitolato marzo 2011, p. 13; come si ricava dalla stessa relazione è assolutamente secondario quanti e quali pesci ci siano: “Il contatto stipulato dovrà garantire oltre alla fornitura dell' acquario eseguito ad opera d' arte, anche dei pesci nel numero e specie ritenute opportune, dell' allestimento interno, la sua messa in opera, a garantirne un corretto funzionamento”.
[1] Farioli, Il «nuovo» Museo …, p. 94.
[1] Lavori di restauro e adeguamento funzionale di Palazzo San Francesco, sede dei Musei Civici Risorgimentali a Reggio Emilia. 1° stralcio. Tav. AL. 15, Acquario. Marzo 2011.
[1] Studio Italo Rota&partners, Relazione capitolato marzo 2011, p. 14.
[1] F. Gualdoni, Specchiato egocentrismo,  «Il Giornale dell’Arte», luglio 2012.
[1] C. Franzoni, Il museo come serial televisivo, in «Doppiozero», 23 marzo 2012 <http://www.doppiozero.com/materiali/fuori-busta/il-museo-come-serial-televisivo>.
[1] Farioli, Il «nuovo» Museo …, p. 94.
[1] Studio Italo Rota&partners, Relazione capitolato marzo 2011, p. 3.
[1] Studio Italo Rota&partners, Relazione capitolato marzo 2011, p. 3:  «Il secondo [il museo] display narrativo della mutazione in atto. Organismo complesso pluricellulare dove trovano rappresentazione gli sforzi, le tensioni, i sentimenti, le ambizioni di una comunità in divenire. Vero e proprio raffinato congegno generatore di sorprese, d’incantesimi di sogni straordinario, spettacolare, sensuale. Luogo della consapevolezza della complessità e della ricchezza della realtà locale. Luogo della ricerca di un’identità, troppo spesso semplicisticamente ricondotta all’interno di un’illusoria età dell’oro, anziché frutto di una rilettura del passato con lo sguardo volto al futuro. Filo conduttore attraverso cui una comunità si riconosce e al tempo stesso rivede il percorso tipico di una città intermedia europea che per passi successivi, per successive mutazioni inconsce e consapevoli insegue il suo destino».
[1] N. Criscenti, Troppi funghi davanti al museo, «Il Sole24ore», 29 aprile 2012. Sull’appello del Comitato per la Bellezza (come su altri interventi sul tema, non segnalati nel presente articolo), cfr. <http://amicideimuseicivici.blogspot.it/2012/05/la-petizione-nazionale-del-comitato-per.html>.
[1] Rimando al mio articolo citato a nota 11.
[1] Come dichiara l’architetto Rota a un quotidiano locale (6 marzo 2012): «La parte storica dovrebbe restare quasi invariata [corsivo mio], mentre lo spazio dedicato allo Spallanzani subirà un aggiornamento per stendere su un tappeto la storia dell’evoluzione della scienza nella classificazione del mondo vivente».
[1] Rimando al mio Warburg e l’arte contemporanea: alcune note, in «Engramma», 100, settembre-ottobre 2012, http://www.engramma.it/eOS2/index.php?id_articolo=1141.
[1] Cfr., sull’iniziativa, la recensione di V. Rinaldini in questo stesso numero della rivista.
[1] P. Nora, Il ritorno dell’avvenimento, in Fare storia, a cura di J. Le Goff e P. Nora, Torino 1981, p. 148 e sgg.
[1] Come sostiene P. Panza, Ognuno porta un oggetto in mostra, in «La lettura. Corriere della Sera», 20 maggio 2012.
[1] L. Meyer-van Mensch, P. van Mensch, New trends in museology,  Celje 2011, pp. 56 e sgg. (sulle possibili forme con cui le persone possono contribuire e collaborare alla creazione dei musei). Ringrazio Margherita Sani per avermi segnalato questo saggio.
[1] A. Sarchi, La collezione come forma d’arte e le sorti dei Musei Civici di Reggio Emilia, in «Doppiozero», 14 giugno 2012 <http://www.doppiozero.com/rubriche/158/201206/la-collezione-come-forma-d’arte-e-le-sorti-dei-musei-civici-di-reggio-emilia>.
[1] Non mancano esempi in altri musei in Europa, come il Teylers Museum ad Haarlem, cfr. http://www.teylersmuseum.eu/ e in particolare http://www.teylersuniversum.nl/.
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CONCLUSIONI - JADRANKA BENTINI

CONCLUSIONI

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Jadranka Bentini
Italia Nostra - Sez. di Bologna

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In apertura di convegno abbiamo sentito le parole del Presidente Benati sulla necessità, oggi più che mai, di un rapporto interagente fra Museo e Università per promuovere insieme cultura superando la logica stringente delle sole risorse finanziarie in una visione che restituisca alle Istituzioni l’intero processo della promozione del settore.  Marina Foschi, Presidente regionale, ha evocato dal canto suo quel rapporto imprescindibile fra museo e territorio che, in una regione tanto ricca di piccole capitali come di patrimonio monumentale e artistico diffuso quale la nostra, ha visto fino a ieri i musei civici depositari e insieme fautori della cultura museale quale funzione primaria della cosiddetta valorizzazione, in rapporto costante con i cittadini.  E’ l’identità stessa del museo civico – evidenziata nella relazione introduttiva affidata ad Andrea Emiliani che ha ripercorso in sintesi i passaggi storici che hanno contraddistinto dall’Unità del paese ad oggi la fisionomia del vero museo italiano, quello civico appunto, legato ai territori di appartenenza – a richiamarne i presupposti indicando al contempo le linee per un rilancio che proprio da una situazione di violenta crisi quale oggi assistiamo deve ripartire in vista di un rinnovamento critico del settore.   Dal 1867, con l’editto per la liquidazione dell’asse ecclesiastico, prese avvio la creazione dei musei civici italiani ovvero delle più grandi raccolte storiche esistenti sul territorio nazionale, nella istituzione delle quali è ravvisabile la sapiente coniugazione fra interesse delle comunità e interesse della Chiesa: si trattò di una grande operazione civica, vera espressione della storia delle singole città, penetrata e restituita dalla consistenza dei materiali raccolti senza gerarchizzazioni tipologiche, con la volontà di coniugare le più svariate esperienze artistiche e capace di creare vere e proprie moderne Wunderkammers  ( esempio fra tutti di unitarietà delle raccolte, prima dello scorporo avvenuto nel recente passato per la creazione di luoghi museali specifici, il museo civico archeologico bolognese, inaugurato nel 1888 nella sede dell’Archiginnasio).    Si può definire il museo civico l’unico veramente democratico di cui l’Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia Romagna ebbe ad occuparsi all’inizio della sua storia ottemperando ad una visione statutaria di un impegno rivolto a tutte le realtà museali e patrimoniali della regione, anche quelle più lontane o nascoste, per assisterne e promuoverne l’insita vivacità.  Dagli anni settanta del secolo appena trascorso la Soprintendenza ai Beni artistici di Bologna, curò, lo ricorda lo stesso Emiliani, una serie di pubblicazioni atte non solo a rendere conto delle azioni di tutela territoriale, ma a promuovere politiche di conservazione e di restituzione ampliando i termini tematici dei compiti di sua stretta competenza sui quali convogliare anche il lavoro dei musei e per i musei civici della regione.  Lo stesso IBC, una decina di anni dopo, promosse studi e ricerche quali basi imprescindibili per un rilancio dei musei dei maggiori centri storici della regione sui quali convogliare una corretta progettualità, di riordino come di gestione. 
Angelo Varni, dal canto suo, ha ripercorso proprio sulle tracce dell’operato di quel recente passato le tappe concettuali del museo moderno, da luogo conservativo di memorie a luogo espositivo in un’ampia rete di relazioni e di segni che dalla storia passa all’attualità, soggetto in grado di produrre cultura evocativa adeguata al mutare della dimensione culturale in cui è immerso.
La fragilità odierna dei musei civici è emersa in tutta la sua consistenza e gravità alla luce della constatazione che la cultura non è più al centro delle politiche di territorio, che altre sono le logiche di gestione, lontane, se non addirittura estranee, a quella coniugazione basilare fra urbanistica e musei che aveva contraddistinto l’operato degli Enti Locali fino allo scadere del secolo appena trascorso dietro la spinta propulsiva della Regione, regista di una compiuta sistemazione dei provvedimenti normativi in tema di musei biblioteche e archivi con la legge.18 del 2000, affidata in gestione all’IBC.      Un destino comune ad altri musei con i quali i civici spartiscono la trama territoriale del loro consistere e la stessa formazione: quelli ecclesiastici, descritti efficacemente da Domenica Primerano nel suo intervento, la cui istituzione ha significato al contempo salvataggio di beni e di opere d’arte e sradicamento dai luoghi originari, due condizioni che danno forma e significato alla finalità primaria di questi luoghi, vale a dire la riconnessione fra oggetti, luoghi di provenienza e comunità di appartenenza. Ad essi, troppo spesso carenti di personale specializzato, ancora lontano dal modello museale come definito dall’ICOM e piuttosto improntati ad una separatezza d’intenti didattici – quelli catechetici -, va imputata una logica di autoreferenzialità da superare in nome di un obiettivo relazionale con un pubblico più vasto, in sintonia con politiche territoriali in cui proprio i musei civici siano interlocutori primari.
Ridotte al silenzio le leggi e i decreti varati dall’’85 al 2000 che miravano a immettere risorse nel processo operativo di gestione dei beni culturali, e dunque in primis dei musei, con precisi criteri di responsabilità dei compiti fra soggetti interessati – pubblico e privato – dalla progettazione al controllo, l’accelerazione data alla visione mondana ha minato l’identità dei musei, caduti sotto i colpi di lusinghe di rammodernamento a fini accattivanti assolutamente improprie, a tutto detrimento dei luoghi e delle forme storiche ( l’esempio del progetto da adottarsi dal Comune di Reggio Emilia per un nuovo ordinamento del Musei civici, analiticamente trattato con dovizia di particolari da Claudio Franzoni nel suo intervento, appare particolarmente aberrante, oltre che inutilmente costoso) ; la creazione di nuovi musei mirati a condensare attraverso ricostruzioni allusive opinabili le forme del reale ( il Museo della città di Bologna è il campione di riferimento), lo scorporo di funzioni tecnico-scientifiche con sostituzioni o subordinazioni a logiche amministrative di segno diverso, la sostituzione con nuovi progetti costosi e divaganti alternativi a strade già intraprese per potenziare o dare nuove vesti allestitive ai musei, sono alcuni degli aspetti più devianti riscontrabili nelle nostre realtà territoriali.   Eppur vero che nella regione, e in particolare in Romagna e a Forlì per iniziativa rispettivamente del Sistema museale della città di Ravenna e dell’amministrazione comunale di Forlì, si è cercato di rispondere alla criticità dei musei con l’aiuto di politiche concordate dell’uso del digitale e dei servizi in comune o, come nel caso forlivese, con la ripresa di una seria proposta progettuale di carattere tecnico-scientifico connessa alla sintassi architettonica della città storica: rilanciare l’idea di un sistema dei musei non ha significato però nei fatti risolvere i casi critici del circuito museale forlivese legato ad immobili storici di grande bellezza, attualmente in condizioni precarie di conservazione o chiusi al pubblico insieme alle raccolte di cui sono custodi. Né il restauro e la funzionalizzazione del complesso del San Domenico – progetto in sé grandioso, traguardato con successo ad opera di più soggetti – adibito parte a museo e parte  a spazi espostivi, hanno agevolato il riallestimento dei musei.  Il Comune di Bologna dal canto suo ha finalmente riordinato, sulle tracce di una vecchia quanta positiva idea, le sue  strutture organizzative museali in una unica Istituzione con ben 13 aree disciplinari sotto un unico coordinamento, ma senza ancora avere istituito al suo interno un Comitato scientifico che ne indirizzi e ne garantisca le singole azioni.  
Biblioteche e archivi da più tempo condividono obiettivi comuni per il superamento di demarcazioni settoriali, e non solo per l’uso dei servizi digitali: Stefano Vitali, nel tratteggiare le linee che hanno condotto alla istituzione dei poli archivistici quale nuova forma organizzativa della maglia degli istituti archivistici dopo la lunga fase stato-centrica della loro gestione, ha ricordato come il policentrismo degli archivi vada tuttora governato per limitare ancor più i limiti della disseminazione sul territorio puntando l’accento sulla necessità di servizi condivisi oltre la semplice conservazione dei materiali, per dare corpo ad una cooperazione interistituzionale che possa economizzare e rendere più efficienti strutture, risorse e aspetti divulgativi, a cominciare da un disegno ricompositivo di nuclei affini o interagenti, altrimenti frazionati sul territorio.    In sintesi, quella tassonomia di relazioni proposte da più parti anche per i musei e riassumibili nei termini cooperazione coordinazione collaborazione convergenza come risolutivi della loro vitalità, non sembrano essere sufficienti nello specifico se non come termini strumentali del processo qualificante, più che mai e sempre necessariamente legato ad una pratica di governo del museo essenzialmente “artistica” o comunque “scientifica”.
Ciò che preoccupa, oltre l’odierna crisi economica, è la crisi più generale del concetto di patrimonio come sedimentazione fisica di opere e di oggetti connaturati alla città storica, anch’essa in crisi, nonché il rilassamento della ricerca storico-artistica come base di un processo scientifico. 
Turismo e cosiddetti ‘grandi eventi’ o ‘grandi mostre’ hanno contribuito, nel progetto come nell’operato, a snaturare il carattere e la missione del museo civico quando assunti come azioni rigeneratrici, ma in verità sostitutive della loro vitalità; la costituzione del museo civico e la sua consistenza, ridotta di proporzioni rispetto alle grandi raccolte nazionali, priva di concentrazione di capolavori che non siano quelli diffusi, suggerisce continui rinnovamenti con prospettive unitarie di gestione che ne economizzino sì le risorse, ma senza mortificare le valenze specifiche, diminuire l’autorevolezza tecnico scientifica degli operatori con una crescente esenzione dai processi ideativi della programmazione, avvantaggiare derive neo-centriste o neo-liberiste che deprimono gli interessi vitali degli Enti Locali.  Il rapporto fra supporters economici e musei è in molti casi infelice e anche laddove nuove forme istituzionali di gestione sono state create, il funzionamento non ha ancora segnato  traguardi di qualità.  Nell’ambito della odierna crisi di risorse finanziarie – spesso un comodo baluardo per mettere in secondo ordine i musei- e a  proposito di supporters, come ha sottolineato Maria Cecilia Fregni nel suo intervento, in Italia manca un sistema organico di norme fiscali riguardanti l’attività culturale e di gestione e la tutela dei beni storico-artistici e dei musei, sostituto da singole disposizioni contenute nelle varie leggi di imposta. La tendenziale attrazione verso modelli privatistici che vengono considerati più consoni rispetto ad un organismo pubblico per la gestione di patrimoni culturali, cozza con il rischio di “aziendalizzazione” dei musei se vengono individuati come soli obiettivi da perseguire il pareggio di bilancio o l’efficienza e la trasparenza amministrativa. In assenza di uno studio comparato che rilevi il bilancio effettivo delle elargizioni e dei suoi effetti dagli anni ottanta ad oggi – vale a dire erogazioni liberali, deducibili parzialmente dal reddito, e sponsorizzazioni, completamente deducibili –, è però certo che l’attività museale è quasi interamente defiscalizzabile attraverso agevolazioni ed esenzioni, con una subordinazione al controllo da parte dell’Amministrazione finanziaria.  Un punto importante questo, che risponde in parte a quanto sollevato nel suo intervento da Giovanni Losavio a proposito di Fondazioni di origine bancaria, al cui sostegno i musei civici hanno titolo per accedere e misurare i loro programmi. Esse, nel dover perseguire per legge esclusivamente scopi di utilità sociale e di promozione economica, hanno fissato preferibilmente, e nella maggior parte dei casi, fra i settori di preferenza la promozione e il sostegno dell’arte e delle attività nel campo dei beni culturali, in collegamento solidale con gli enti e gli istituti territoriali.  Ma è proprio qui dove i luoghi e le occasioni offrono speciale visibilità che le talune Fondazioni – valgono gli esempi di Bologna e di Modena- si ritengono legittimate a realizzare in proprio progetti alternativi e di gestione diretta, o addirittura di programmazione politico-culturale con ambiziosi progetti di creazione di veri e propri poli culturali, abusando del loro mandato e aumentando così un’offerta di cui non si intende la necessità e per la quale non possiedono adeguate competenze, trascurando al contempo di soddisfare la fondata aspettativa di un autentico sostegno da parte delle Amministrazioni.   Peraltro una radicale trasformazione istituzionale dei musei per sfuggire ai vincoli del patto di stabilità, vale e dire il loro confluire in una fondazione di diritto privato, se ammesso dallo stesso Codice Urbani pur con qualche cautela, priverebbe i Comuni del patrimonio demaniale, vale a dire pubblico, loro affidato. “La privatizzazione dei musei civici, perché tale è il loro conferimento, come struttura operativa di raccolte e personale dedicato, in una fondazione ad hoc, comporterebbe una essenziale alterazione di identità storica istituzionale”, né si vede quale ostacolo potrebbe impedire, anche alla luce di quanto precedentemente asserito, una attribuzione diretta di risorse all’ente proprietario di musei da parte di soggetti disponibili e disinteressati quali dovrebbero essere le Fondazioni di origine bancaria.

Dagli interventi delle sezioni ( portatrici del valore specifico dei musei delle loro aree di riferimento) è emerso ancora con più forza la attuale separazione fra cultura e territorio – tanto più forte nel nostro caso tenuto conto del consolidamento processo storico di immedesimazione tra comune e museo civico - fra ambiti culturali e pianificazione territoriale in nome di una progettualità frammentaria e di corto respiro, priva di una visione di pubblica utilità in cui ha prevalso l’applicazione di un concetto di valorizzazione del patrimonio e dei musei essenzialmente economico e non più funzionale alla conoscenza e alla crescita sociale: la chiusura di taluni importanti musei o l’abbandono di sedi storiche monumentali sta impoverendo le città ridisegnandone al ribasso la fisionomia e mortificandone le potenzialità assorbite sempre più nella sfera del contemporaneo proposto arbitrariamente in antitesi con il passato e l’antico; è stato sottolineato l’abbassamento della percezione del valore del patrimonio museale da parte delle città come il mancato superamento del particolarismo delle culture che ha prodotto spesso grandi progetti, poi disattesi o abbandonati a se stessi; evidenziato lo scollamento fra amministratori e cittadinanza nella programmazione culturale dei musei affidata in molti casi a gestori esterni, segno tangibile di quella mancanza di visione unitaria della politica culturale che privilegia il particolarismo, la privatizzazione o la parcellizzazione degli esperimenti e delle esperienze quali forme atte a sbloccare le attuali situazioni di stallo; lamentato il progressivo impoverimento delle risorse professionali che affligge i musei, depauperati, oltre che di denaro, di personale operativo. Si deve ancora rilevare come la ‘mostromania’ slegata da qualunque contesto territoriale di riferimento continui a incassare consensi a detrimento dei musei civici che ne finiscono per costituire spesso un corollario; è stato rimarcato ripetutamente da tutti i convenuti il pericolo della trasformazione dei musei dal punto di vista giuridico per incentivare nuove forme di gestione affidate a soggetti diversi dalle Amministrazioni pubbliche con il pericolo della “sdemanializzazione” del patrimonio collettivo, e ancora l’abbandono di progetti già intrapresi in condivisione fra soggetti pubblici – siano statali o comunali- per un potenziamento e una più razionale efficienza dei servizi con minori costi, per rifluire su proposte alternative di maggiore spettacolarizzazione e maggiori oneri promosse e sostenute da privati ( la costituzione di un polo culturale che comprenda musei, biblioteche, auditorium e sale espositive, definito pomposamente Beauburg estense nell’ex ospedale sant’Agostino a Modena, per un costo stimato di 60 milioni di euro, costituisce il caso in discussione);  ancora è stata sottolineata in diversi casi la necessità della creazione di un sistema museale cittadino laddove mancante  (Ferrara fu portatrice dell’idea di una rete museale fino dagli anni ’70, senza però averne ancora conseguito il traguardo) alla luce dei risultati positivi raggiunti dalle città che ne hanno fatto già annosa esperienza come Modena, Ravenna e Rimini, come il superamento delle cosiddette “ monoculture” di punta ( Faenza con la ceramica ne è l’esempio più calzante) per rivendicare invece il senso più ampio dell’intera storia artistica che contraddistingue le singole città: tutti punti nodali della discussione che superano la constatazione della crisi identitaria attuale per attestarsi su problemi culturali di fondo che impediscono l’autentico decollo dei musei civici, di qualsiasi matrice, artistica o scientifica.
La tutela dei musei civici, che è tutela della loro identità e freno al tentativo della privatizzazione odierna quale panacea per risolvere essenzialmente problemi finanziari ponendo gli Enti Locali in posizione di servaggio ancillare di fronte a soggetti esterni, deve prescindere da nuove architetture istituzionali che ne mortifichino il valore convergendo invece sulla dimensione più vasta del paesaggio urbano e della città storica quali contesti unitari di riferimento; né basta a frenare tali pericoli già in atto la pur meritevole e generosa presa di posizione di associazioni di cittadini impegnati a combattere sul campo.  Il quadro giuridico e normativo in essere è più che sufficiente ad irrorare il settore, ma è pressoché completamente disatteso, con evidente deroga da parte di talune Amministrazioni dai compiti  istituzionali di tutela diretta.
Non vi è dubbio che dopo la riforma del titolo V spettino alle regioni compiti di indirizzo, programmazione e sostegno finanziario in materia di musei, come pure di biblioteche e di archivi degli enti locali, compiti riconosciuti nella stessa fase fondativa dell’IBC cui è affidata la gestione della legge n. 18/2000, in cui viene valorizzato anche il ruolo istituzionale dei comuni nel sistema museale territoriale.
Se la necessità di reagire alla stasi e al malessere dei musei di oggi è inequivocabile tanto più a fronte di un pronunciato decadimento culturale legato ad una marcata crisi italiana, all’IBC e alla Regione spetta il dovere di intervenire riavviando un dibattito interrotto, dai propositi del quale possano scaturire opinioni e reazioni fonti di un cambiamento di rotta a cominciare dal riavvio di una autentica politica per i beni culturali che leghi trasformazioni e soluzioni in un unico processo risolutivo superando l’annosa quanto illegittima e assurda antitesi tutela- valorizzazione che ha afflitto il settore dei beni culturali in questi ultimi anni.

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